di Armando Torno
In un passo del Vangelo di Giovanni, Gesù, dopo aver dato
un boccone a Giuda Iscariota, gli dice: «Quello che devi
fare fallo al più presto» (13,27). È un momento cruciale
dell'Ultima Cena. Gli apostoli non capiscono, credono che
sia una questione legata alla cassa che il traditore
gestiva, forse addirittura pensano sia stato incaricato di
comperare qualcosa per la festa.
Giuda esce, i discorsi si infittiscono, si consuma
quell'ultimo incontro. Gesù, ricordano i vangeli sinottici,
istituisce l'eucarestia. Noi, forse per effetto
dell'affresco di Leonardo custodito nel refettorio di Santa
Maria delle Grazie a Milano, siamo soliti immaginare il
tavolo con al centro Gesù e gli apostoli accanto. Gesti,
posizioni, persino la dinamica delle figure sono
calcolabili attraverso funzioni matematiche. Tutti hanno un
loro significato, un posto quasi fissato all'inizio dei
tempi, e ogni mossa prelude al miracolo che sta per
compiersi con il pane e il vino.
Ma se per l'esegesi biblica del tempo di Leonardo gli
invitati alla Cena del Signore non erano ancora usciti dal
Cenacolo e, attraverso la fede e la Chiesa, continuavano a
riflettere su un gesto che ha sconvolto la storia, ai
nostri giorni è difficile dire cosa succeda in quella sala
che Marco e Luca descrivono situata al piano superiore,
grande a addobbata. Forse in questo luogo è entrata più
gente di quanta ne sia stata chiamata, forse ora esso si
presenta vuoto.
Velasco sceglie quest'ultima ipotesi. Il tavolo della Cena
del Signore è nudo, non ci sono alimenti, mancano le
persone; i discepoli chissà che fine hanno fatto, Gesù non
c'è. Soltanto un cane ha guadagnato la scena e dinanzi a
lui si vedono i frammenti di quel pane trasformatosi poi
nel corpo di Cristo. Proprio un cane, essenziale nel suo
schema, con il boccone davanti. Il bianco domina
l'ambiente. È un abbraccio cromatico che si può intendere,
a seconda dello sguardo, ora simbolo del vuoto, ora un
accorgimento per descrivere l'infinito.
La «coena» dei latini indicava il pasto principale, che
veniva servito quando il lavoro era ultimato e che poteva
perciò prolungarsi nella serata. Era uno spazio per
ritrovarsi e per conoscersi, oltre che per nutrirsi, nel
quale il tempo aveva poca importanza. Nell'Ultima Cena
queste caratteristiche ci sono tutte. Dobbiamo immaginarla
con i discorsi, il rumore delle stoviglie, i colori della
tranquillità. Ma è proprio questo il punto: che cosa resta
per il mondo contemporaneo di quell'incontro a Gerusalemme?
L'Eucarestia - in greco significa «riconoscenza» e
«ringraziamento» - che nei primi secoli del cristianesimo
diventa il centro della fede e della cultura, commuove
ancora il mondo? Lo turba sempre come in quella notte che
precedette la Pasqua?
Prima di tentare una risposta, osservate cosa è rimasto del
Cenacolo in questo quadro di Velasco. Gli apostoli non ci
sono, Gesù nemmeno. La grande sala addobbata è ora spoglia.
Il miracolo lo dobbiamo immaginare attraverso l'aiuto di
altre scene conservate nella memoria. Le parole proferite
in quel luogo si sono forse perse nel bianco. Un cane,
l'animale fedele per eccellenza, è l'unica presenza di
vita. Tutti se ne sono andati come Giuda perché avevano da
fare o perché non erano più interessanti a quanto stava
accadendo?
La Cena di Gesù fonda il cristianesimo, noi la stiamo
disertando. Non perché non crediamo al miracolo o a un
messaggio d'amore che si fa carne e sangue, ma per il
semplice fatto che ha vinto la nostra indifferenza. In
quella sala è entrato il mondo, ma ora è difficile trovare
qualcuno. O forse quel pasto miracoloso si è smarrito nella
contemporaneità e non riusciamo più a capirlo? Come si fa a
rispondere? Velasco vi offre la scena così come si presenta
oggi. Il resto, o meglio quel resta del celebre incontro,
si può cercare soltanto attraverso la fede.