Un atteggiamento mentale di
Danilo Eccher
“Mai come oggi - dice Velasco Vitali – è possibile
comprendere come la pittura sia un atteggiamento mentale”,
mai come oggi, si potrebbe proseguire, i pittori hanno
consapevolezza
della loro fragilità linguistica, della precarietà di un
processo letterario che ha scoperto l’inconsistenza del
proprio alfabeto. In effetti, la pratica pittorica ha
assunto nella contemporaneità
un ruolo obliquo, marginale, un’ambigua titubanza fra
l’insistenza ortografica della maniacalità linguistica e
l’abbandono puerile alla compiacenza colta della memoria.
Un atteggiamento che ha sospinto molti artisti alla
rinuncia dell’attualità, all’incomprensione delle sue voci,
al rifiuto di una realtà spesso indecifrabile. La pittura
ha così, spesso, sofferto di un diffuso analfabetismo e di
una buia cecità, ha abbandonato il confronto con i nuovi
linguaggi ed è sempre più apparsa come una pratica
appesantita, retorica, goffamente saccente di fronte a una
contemporaneità frenetica e impulsiva. Eppure, in un
panorama così complesso e articolato, non sono mancati
esempi di esaltante confronto fra il pulsare veloce della
realtà e l’emozione del sospiro pittorico; è il caso di
Jackson Pollock sul finire degli anni Quaranta, di Mark
Rothko e Yves Klein ma, forse ancor più violento, quello di
Francis Bacon con l’affondo nelle spirali
dell’esistenzialismo che, proprio negli anni Sessanta,
costituiva i presupposti per le rivolte performative di
Fluxus e dell’Actionismus Viennese. Una pittura che
frequentava la perversa malattia dell’individuo, ne
afferrava il gesto distruttivo, le mostruose deformazioni,
le ferite autolesionistiche, i piaceri e i vizi corrosivi.
Eppure, ecco l’affondo in una materia antica, l’azzardo di
un cromatismo sofferto che accende nuovi bagliori di
narrazione e libera la fantasia del racconto. È accaduto
con l’eroismo di Georg Baselitz e Anselm Kiefer o con
l’ingenuità della Transavanguardia; è ciò che accade, più
recentemente, nell’erotismo pittorico di Cecily Brown e
Jenny Saville, nell’incanto fabulatorio di Francis Alÿs,
nelle garbate contaminazioni di William Kentridge e Avish
Khebrehzadeh. La pittura reagisce all’assalto della
contemporaneità, scavando nel proprio corpo alla ricerca
della propria anima, rinunciando alla semplicità del
racconto per accedere alla complessità della poesia,
scoprendo la propria maschera mimetica e liberando la
vastità del proprio pensiero.
“Mai come oggi – dice Velasco Vitali – è possibile
comprendere come la pittura sia un atteggiamento mentale” e
mai come oggi è possibile riconoscere quegli artisti che
sanno sfuggire
alla morsa soffocante dell’illusione linguistica, che sanno
rinunciare all’abbacinante sorpresa del trucco formale, che
sanno resistere alla tentazione del consenso superficiale.
Velasco Vitali è uno di questi artisti, un pittore che
riconosce nuovi itinerari senza rinunciare al proprio
bagaglio culturale, che accetta la sfida della
contaminazione linguistica senza tradire le proprie
suggestioni letterarie, che affonda in una quotidianità
viscida senza perdere di vista il proprio orizzonte
poetico. Ecco allora una pittura che si svela complessa:
accarezza le suggestioni narrative ma, al contempo, sa
tracciare un rigoroso percorso intellettuale, una pittura
che può rinunciare alla figura, alla sua immagine
rassicurante, alla sua familiarità ma non abbandona il
piacere della narrazione, non si separa dalla pratica del
racconto. È però un racconto che si fa più ‘mentale’,
rarefatto, etereo, rinuncia all’ingombrante presenza
dell’immagine per affidarsi alla più incerta solitudine:
“le mie figure – dice Velasco Vitali – sono spesso un
miscuglio di verità e di visione, visioni che ripercorrono
ossessivamente la realtà […] così il quadro assurge a ruolo
realmente futile e ne sbeffeggia i significati”. Le città
che affiorano da questo denso magma pittorico non sono
quindi i ritratti di una realtà ripercorribile e
riconoscibile, sono apparenze e somiglianze, visioni
ingannevoli di una verità che tale non è. Luoghi
illusoriamente noti, simboli familiari di una realtà
svaporata i cui contorni trattengono un flebile ricordo
ormai disperatamente aggrappato alla memoria. Quartieri
residenziali che sfumano in caotiche favelas, deprimenti
ingorghi abitativi che rigettano improbabili
architetture, geometrie vitali spente in un tonalismo
grigio e nebbioso. Anche quando l’immagine si rende più
nitida, quando la sagoma di un edificio appare più
riconoscibile, quando il profilo della ‘Torre Velasca’ o
del disegno preciso di Gio Ponti affiora dall’indistinto
panorama, anche allora la figura si spoglia dal proprio
mimetismo per assumere un carattere simbolico, per azzerare
lo scorrere narrativo nella sospensione del dubbio e
dell’insicurezza. “La pittura – scrive ancora Velasco
Vitali - potrebbe affermarsi come l’arte che racconta il
dubbio, lo squilibrio o il coraggio di ricostruire sopra
qualcosa di profondamente sbagliato, cancellare gli errori
con un gesto semplice e primitivo, con il colore, umile e
potente assieme”. È infatti la materia pittorica, il corpo
dell’opera, ad assumere nella poetica di Velasco Vitali un
ruolo protagonista, una materia che, come una rugosa
corteccia, ha mantenuto la ruvida fisicità di un prodotto
denso, magmatico, invadente; allo stesso modo, l’impasto
cromatico, pur avvolto nella segnata pelle della pittura,
ha conservato lucentezze e bagliori, tonalità e contrasti
di una tavolozza colta e ben distribuita. Un contrasto
rude, a tratti crudele, fra materia e colore, fra corpo e
sguardo; un confronto che scuote l’anima della pittura, che
scompone la grammatica costitutiva del suo essere per
conservare la curiosità del dubbio, l’innocenza della
sorpresa, la rarefatta eleganza del pensiero. “La pittura è
un atteggiamento mentale” significa quindi per Velasco
Vitali la consapevolezza di una deriva concettuale, non
l’abbandono labirintico alle contorsioni del pensiero,
bensì la serena determinazione a restituire all’arte un
profilo più alto, più distaccato, più etico. Così Milano è
il pretesto amico per riflettere sulla Città, sul
significato di comunità e collettività, sui drammi e sulle
gioie che si accavallano e si rincorrono lungo le strade e
nei cortili, nelle piazze o lungo i viali, nella
metropolitana o sulle terrazze di chiese e palazzi. Una
Città che vive, respira, si nutre, si diverte, piange; una
Città in cui s’incrociano esistenze, s’accendono ambizioni,
si spezzano sogni, si ama e si odia, si nasce e si uccide;
una Città di randagi che si appartano con i loro destini,
di altri uomini che si spengono nel
silenzio di un’angoscia quotidiana, di giovani che
rincorrono le luci di un successo effimero e comunque
altrui; una Città vista dall’alto, spiata nei sotterranei,
attraversata con lo sguardo assente di chi sente le mille
voci della solitudine. Milano è la metafora della Città, un
territorio pulsante, un ambiente vivo, dinamico, uno spazio
indecifrabile, liquido, incredibilmente fitto e affollato
eppure così vuoto e solitario.
Proprio attraverso il dato narrativo dell’ambiente, la
complessa letterarietà del soggetto ‘paesaggistico’,
irrompe nella poetica artistica di Velasco Vitali
l’elemento spaziale, il suo scarto
tridimensionale, un inatteso fattore che costituisce una
straordinaria dinamica compositiva e, al contempo,
ridefinisce l’intero piano interpretativo di questo
linguaggio. È proprio nell’ambito
installativo e scultoreo che l’indagine spaziale mostra
tutto il suo peso concettuale e la sua robusta
articolazione formale, emerge così una sorprendente energia
compositiva che aggredisce la figura scultorea,
scarnificandone il corpo, piegandola e deformandola alle
proprie esigenze. Si coglie allora il passo installativo
che guida e ordina l’agire scultoreo; un passo consapevole,
misurato, colto, che modella l’ambiente fino a renderlo
soggetto dell’opera. Non più semplice luogo ospitante, non
più palcoscenico per una recitazione altrui, lo spazio
riveste un sempre più consapevole ruolo recitante,
accompagnando le singole parti dell’opera, i frammenti
scultorei, alla loro avventura espressiva. L’aspetto
plastico si deve dunque ridefinire lungo le direttrici di
una consapevolezza ambientale dove la singola scultura si
ordina e si acquieta in una composizione più ampia, in una
narrazione più articolata, in una collettività di figure e
di forme. Emerge quindi l’esigenza di sbilanciare lo
sguardo dal dato formale a quello compositivo,
dall’elemento scultoreo a quello installativo,
dall’immagine allo spazio. Ciò avviene attraverso un
duplice processo formale che, da un lato tende ad attenuare
l’impatto emozionale e suggestivo della figura, dall’altro
lato, ad accentuarne la modularità ripetitiva. Anzi,
proprio l’elemento modulare, simile in questo allo
schematismo di Donald Judd o alla ripetitività di Andy
Warhol, svolge la funzione di attenuazione dell’impatto
‘sentimentale’ dell’opera, per accentuare il peso
compositivo dell’insieme nello spazio. Così, lo sguardo può
scivolare dalla singola figura scultorea per adagiarsi
sulla spazialità
dell’installazione, può trascurare il dettaglio formale per
accedere alla complessità spaziale, la ripetizione modulare
del dato formale e compositivo consente di scardinare sia
la singolarità
dell’immagine sia la rigidità architettonica. Nella
frammentazione modulare, l’organizzazione installativa
consente di riformulare lo spazio componendolo e
ricostruendolo fuori dal rigore
geometrico dell’architettura e lontano dalla spettacolarità
emozionale della narrazione. L’arte di Velasco Vitali
rappresenta una delicata alchimia di mille quesiti, è
l’approdo del
dubbio, la curiosità della ricerca, l’emozione della
sorpresa, è un’arte che non propone risposte, che non
dispensa consolazioni, che non concede riposo. Non vi è
pausa in questo percorso, vi è l’inquietudine di
un’oscillazione costante fra estremi opposti, fra
incertezze distanti, un vagare poetico nelle spigolosità
della ricerca, fra l’incanto emozionale e il rigore
intellettuale, fra l’apparizione sublime e il contagio
della materia. Forse ha ragione Velasco: “non della realtà
abbiamo bisogno ma di una via di fuga”.