Stanza 4049 è un quadro. Non è un rifugio, non è un bivacco e neanche un luogo dove ripararsi perché non si può entrare. E’ un quadro con due porte d’accesso:una sulla pittura e l’altra sulla visione, dove lo sguardo può ruotare a trecentosessanta gradi intorno al Pizzo Bernina e Roseg e poi immergersi nel colore.
Nel progetto ho immaginato di ricostruire il pensiero che agita il viaggiatore romantico che inerpicatosi sulla montagna più alta si sofferma a contemplare il mare di nebbia , proprio come in un famoso dipinto di Caspar David Friedrich.
Non sono un alpinista, tanto meno scalatore, ma per anni ho frequentato occasionalmente quei monti tra l’Engadina e la Valtellina , tenendomi sempre opportunamente lontano dalle vette e camminato fra visioni mozzafiato delle cime, dei ghiacciai e degli orizzonti a lama di coltello delle pendici alpine. Dedico a quei percorsi questo nuovo progetto, dove ho immaginato di ripercorrere le tappe di quel Wanderer fino al suo punto di arrivo e ho cercato poi di ripartire da lì, da quella terrazza rocciosa, luogo contemplativo che consentiva a lui, viaggiatore-dipinto, di osservare un paesaggio di panica bellezza e suggerisce a me ora, una riflessione sulla pittura e sulla rappresentazione.
4049 è l’altezza del Pizzo Bernina espressa in metri sul livello del mare, la stanza rappresenta un ideale punto di osservazione sullo sconfinato paesaggio alpino, i quadri appesi alle pareti sono finestre attraverso cui si può godere dello sguardo. Per non creare ostacoli ho addossato i dipinti uno contro l’altro senza soluzione di continuità, come se fossero vetri, finestre senza serramenti per non disturbare la vista sui quattro punti cardinali , infatti le tele si intitolano : Est 1, Est 2, Nord 1, Nord 2, Nord 3, Ovest 1, Ovest 2, Ovest 3, Sud 1, Sud 2, Sud 3.
Non c’è soffitto e la luce piove dall’alto attraverso un telo di opalina bianca, come una nube. Sul pavimento sono appoggiati 22 blocchi di lamiera di ferro lucidata a smeriglio , sono dei parallelepipedi deformati che ricostruiscono il frammento modulare di una lingua glaciale. La luce e il riverbero delle lamiere conferiscono alla stanza un aspetto gelido.
Il visitatore guarda alla montagna e alla sua drammatica bellezza senza dover guardare i quadri e senza pensare alla pittura e ai suoi significati. E’ già dentro.


“Artists who practice painting as Velasco does –writes Danilo Eccher in his catalogue titled “Images, Shapes and Nature of the Alps”, Electa 2007-often voice the courage or lack of conscience typical of those who accept the challenge of present times and do so through moving and running as opposed to waiting still. This is the very challenge.No nostalgic kindness or lingering in front of the mirror are admitted, there is neither fear of competition nor any narcissistic pleasure in overexposed voyeurism.
Those who practice painting know full well to be using one of the many idioms of art; they are aware to be walking amongst dead and must not be afraid.”


According to Eccher: “A particular aspect of Velasco’s art is his approach to space, both in painting with rhythmic fading and the more physical one to be found in his sculptures and installations. In his canvases, the weaving of thick paste and pigments bring forward that very dynamism. It is thus enhanced by absences, voids of colour, which are toned down or exalted in the distribution of measures and weights. However, Velasco’s conceptual power and strong formal ability are best brought forward in his installations and sculptures. In them,a striking opus energy assails the sculpted figure stripping it to the bone, bending it deforming it to its needs and finally redistributing it into space with elegant ability. It is at this stage that one perceives with great clarity the installation concept that directs and orders the sculpting process. It is a conscious, cultured and measured action, one that models the environment until it has become the subject of the work of art.”